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Abbiamo fatto cenno, qua e là, all'espressione idiomatica «dare il LA», espressione che letteralmente sta per "intonare [uno strumento musicale]" e metaforicamente per "avviare", "dare inizio", "far da battistrada". In inglese, questi due sensi di un improbabile to give the A si potrebbero rendere, rispettivamente, con "to set the tone" e con "to initiate", "to lead the way", "to clear the ground for others to follow".
Supposta l'equivalenza tra A e LA, quale rapporto intercorre tra la sesta nota della scala di DO e la prima lettera del nostro alfabeto? Quale rapporto tra la sesta nota e la dodicesima lettera dell'alfabeto semitico (ebraico, fenicio, aramaico e arabo)? Che cosa lega insomma la L (lam, lamed, lambda) e la A, lettera che già s'è visto simboleggiare l'Uno?

Non sporgendoci troppo, lungo la china delle ipotesi azzardate, limitiamoci a notare che, dei simboli relativi ai quattro elementi classici, solo quelli dell’aria e del fuoco, corrispondenti ad A quella e ad L o lambda (Λ) questo, hanno tendenza ascensionale. E se questo significa giocare coi segni, anziché coi significati, si potrebbe insinuare che nella lettera L si celi un che di ludico e di infantile, tra un «lallero lallà» ed una "ninna-nanna" (lullaby, in inglese), fino al moderno acronimo LOL (ovvero laughing out loud), attraverso Lilith (לילית) e l'immortale Lalla del Cashmir (Lalla Arifa per il musulmano e Lalleshwari per l'indù).
"Forse non lo sai - canta il mio collega Vecchioni - ma pure questo è amore".

Fermiamoci a Lila (Layla, Lola, Liolà e Lulù).

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Il termine sanscrito lîlâ - scrive Ananda K. Coomaraswamy nel saggio omonimo (dal quale traiamo quasi tutte le considerazioni seguenti) - si applica ad ogni tipo di gioco e può rendersi in greco con paidèia (paidià), vocabolo la cui allusione all'infanzia vieta qualsiasi collegamento a giochi da adulti quali, per esempio, quello d'azzardo. Il gioco, insomma, o è da bambini o non è.
Attribuire al Gioco divino questo aspetto non è facile, per noi occidentali o comunque per noi appartenenti alla «gente del Libro». Eppure Eckhart dice che "c'è sempre stata una componente giocosa, nel Padre, anche prima della Creazione". E Boehme rincara la dose: "Il Gioco è eterno; la Creazione non ne rappresenta che l'esteriorizzazione" (Signatura rerum, XVI, 2-3). D'altra parte Platone, dopo aver definito le creature in generale e l'uomo in particolare «giocattoli di Dio»,* precisa che è nostro dovere "muoverci in obbedienza al cordone d'oro al quale siamo sospesi", ovvero "divertendoci a nostra volta, nella buona come nella cattiva sorte, senza pensare al tornaconto personale" (Leggi, 664, 803, 804).
Si tratta, come è evidente, del concetto di karma, per cui il destino di ciascuno di noi non è che la conseguenza delle caratteristiche (pedone, regina o alfiere, chissà) del singolo.


* Leggi, 904. Anche Eraclito, nel frammento n° 79, gli fa eco. Cogliamo l'occasione per segnalare che tutti i riferimenti bibliografici presenti in questo post sono dello stesso Coomaraswamy, il quale cita anche Rûmi ("Qué feliz es el rey matado por tu torre", Dîvân, Ode 10). Interessante è pure quanto lo studioso indiano dice circa D. B. Macdonald, che, basandosi sui versi 30 e 31 dell'ottavo capitolo dei Proverbi, sostiene che gli ebrei "llegaron a concebir el hombre como parte de un juguete animado situado ante los ojos de Jehovah y que Le alegra" (The hebrew philosophical genius, Princeton, 1936, pp. 50, 134, 136).
A proposito del "cordone dorato della Legge", nella Brhadâranyaka Upanisad (3, 7, 1) - combinando il testo originale con il commento di Sâyana - si afferma: "¿Conoces esa cuerda por la cual - y ese controlador interior por el cual - este mundo y el otro y todos los seres están unidos y son controlados desde el interior, de modo que se mueven como una marioneta, realizando sus respectivas funciones?".

I passi platonici di cui sopra mostrano che il filosofo greco conosceva la dottrina del sûtrâtman ("filo spirituale"). Nel Teeteto si pone in relazione la corda d'oro dell'Iliade (VIII, 18 e successivi) col sole, al quale tutte le cose terrene sono legate, quasi con le stesse parole del Satapatha Brâhmana (6, 7, 1, 17), dell'Atharva Vêdâ (10, 8, 39) e della Bhagavad Gîtâ (7, 7).* L'immagine del sole come «asola» attraverso la quale passano tutti i fili di tutte le marionette di questo mondo appare anche in Dante, che, dopo aver dipinto il nostro luminare come "permotore de' cor mortali", afferma che "questi la terra in sé stringe ed aduna" (Par. I, 117).
Circa il buddismo, i due più importanti riferimenti alla marionetta umana (Samyuta Nikâya 1, 134 e Therîgâthâ 2, 390 e seguenti) non parlano del Burattinaio, il loro unico proposito essendo quello di mostrare come la marionetta sia il prodotto evanescente di una ferrea concatenazione causale, della quale l'io egoistico si pensa arbitro. Al riguardo, Rûmî sghignazza: "Sei un ridicolo burattino, che salta fuori dal buco della sua scatola e si presenta come il signore del paese. Fino a quando salterai? Abbassa le penne o finirai piegato in due" (Dîvân, Ode 36).
Il poeta torna più volte sull'argomento, ad esempio nell'Ode n° 13 ("chi non s'è disfatto della volontà dell'io non ha volontà"), per ribadire che chi è mosso solo dal proprio istinto animale non è in alcun modo autonomo. Platone dice che quest'ultimo viene "trascinato qua e là, verso il bene o verso il male, secondo le circostanze" (Leggi, 6441) e non diversamente si esprime Aristotele (De Anima III, 10, 433a): "El deseo produce un movimiento inexplicable (parà tò logismón); pues épizumía es una clase de deseo, y el intelecto (nous) nunca se equivoca".


* Plutarco (Moralia, 393EF) era un po' disturbato dall'idea dell’allegria divina presente nell’Iliade (XV, 355-366), dove Apollo riempie un fosso ed abbatte un muro, cosa che Omero paragona ad un gioco da bambini. Sembra irriverente dire che "Dio si dà a questo gioco (paidiá) costantemente, modellando (plátton) il mondo che ancora non esiste e distruggendolo (ápolúon) di nuovo, quando è giunto all'esistenza. Plutarco non vede che quest'opera di creazione, preservazione e distruzione (nell'induismo simboleggiate rispettivamente da Brahma, Vishnu e Shiva) sono l'essenza stessa della presenza divina, perché la vita di ogni creatura - ed infine del mondo stesso - dura solo finché Egli vivifica. In questo appunto di Plutarco sundeî si riferisce al súndemos per il quale tutte le cose sono unite con una corda ed a loro volta unite al sole, come le membra di una marionetta sono unite con una corda e questa è unita alla mano del manipolatore. Non potendo trattare qui questo aspetto della dottrina del filo dello spirito; facciamo semplicemente osservare che a) "c'è una linea retta come un pilastro che attraversa da cima a fondo il Cielo e la Terra", quasi "l’ancoraggio" del Cielo (súndemos toû oúranoû, Repubblica, 616c) e b) questa colonna di "luce" che "contiene e controlla il tragitto completo della rotazione" (cf. Mathnawî 5, 2345) è l'Axis Mundi tradizionale (skambha in sanscrito), propriamente descritto come una colonna di luce.

In effetti noi tendiamo ad identificarci nell'io della marionetta, anziché nel Sé del Burattinaio. In tal modo, "cambiammo onesto riso e dolce gioco in affanno" (Purg. XXVIII, 95-96). Vivere rappresentando la parte del giocattolo di Dio, invece, significa fare la Sua volontà e non la nostra; significa vederci non allo specchio con i nostri occhi, ma vederci da dietro e dall'alto con i Suoi occhi; significa essere spettatori, non vittime del proprio destino.
È questo il comportamento di chi, avendo visto la luce, torna nella caverna di cui parla Platone e partecipa della vita terrena. Ed è il comportamento dell'avatâra ("sceso di nuovo"), di chi può dire con Krishna che "di nulla ho ed ho avuto bisogno, tutto potevo ottenere e tutto ho ottenuto, e tuttavia sono qui, per mantenere l'ordine di questo mondo" (Bhagavad Gîtâ 3, 22-25). Altra corrispondenza tra il testo indù (stavolta 18, 47) e la Repubblica platonica (ancora nel settimo libro) è l'espressione svadharma [...] svabhâvaniyatam karma ("il proprio dovere è nel compimento dell'azione assegnata dalla propria natura"), rifratta in tò èautoû práttein, katà zúsin.
In un senso simile la parola lîlâ appare per la prima volta nel Brahma Sûtra 2, 1, 32-33: na prayojanatvât, lokavat tu lîlâkaivalyam ("l'attività creatrice di Brahma non è motivata da necessità alcuna, ma solo dal gioco").
L'enfasi batte sull'idea di un'attività 'pura' che può essere propriamente descritta come 'festiva', perché il gioco si realizza non come 'lavoro', ordinariamente operato in vista di assicurare un fine essenziale al benessere per il quale lo si opera, bensì per esuberanza: a) laddove il lavoratore lavora per quello di cui ha [bisogno], il giocatore gioca per quello che è; b) laddove il lavoro è difficile o comunque faticoso, il gioco è facile e ricreativo. In merito, si potrebbe dedurre che il gioco è non solo ricreativo, ma - a somiglianza di quello divino - tout court 'creativo'.
Il modus vivendi ottimale, insomma, è quello di 'giocare il gioco'. Il che d'altronde comporta pure il meno piacevole 'stare al gioco', se non addirittura lo spiacevole 'far buon viso a cattivo gioco'. Così è - diceva l'autore di Liolà - se vi pare. Ed anche se non vi pare.

In questo modo si viveva in ogni società tradizionale, dove i confini tra gioco e lavoro apparivano sempre assai labili: il gioco collettivo non si faceva sport o spettacolo puramente secolare, ma rito per iniziati e pertanto per 'addetti ai lavori', mentre il lavoro vero e proprio, richiedendo una "competenza" (kausalam, in termini vedici) specifica, l'esercizio della quale non poteva non esser facile, si trasformava in gioco. Così los extremos se encuentran, el trabajo deviene juego, y el juego trabajo; vivir en consecuencia es haber visto "la acción en la inacción, y la inacción en la acción" (Bhagavad Gîtâ 4, 18), elevarse por encima de la batalla, y así permanecer inafectado por las consecuencias de la acción (Brhadâranyaka Upanisad 4, 4, 23, Isâ Upanisad 5, Bhagavad Gîtâ 5, 7, etc.), no siendo ya las acciones 'mías' sino del Señor (Jaiminîya Upanisad Brâhmana 1, 5, 2, Bhagavad Gîtâ 3, 15, etc.), a Quien "no se adhieren" (Katha Upanisad 5, 11, Maitri Upanisad 3, 2, Bhagavad Gîtâ 4, 14, etc.).
Il concetto del gioco divino appare ripetutamente nel Rg Veda, soprattutto in relazione con Agni, le cui fiamme sono dette "festive" (krîlumat, 10, 3, 5), come "festivo" è il fuoco stesso, "nel suo divampare e nel suo acquietarsi" (ucca hrsyati né ca hrsyati, Aitareya Brâhmana 3, 4). E le sue lingue [di fuoco] "leccano per gioco" (lelâyamânâh, Mundaka Upanisad 1, 2, 4). "Agni lecca (pari [...] riham) il manto di sua madre", cioè il bosco. "Agni va sempre leccando (rerihat sadâ, Rg Veda 1, 140, 9) e "come si muove con la sua lingua, così lecca - rerihyate, 'lappa', 'lambisce' - sua madre" (10, 4, 4).


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Chiudiamo qui la nostra laboriosa traduzione (dallo spagnolo) di questo saggio, che avevamo tratto tempo fa da un blog oggi spirato, sia perché ci siamo accorti che il medesimo è reperibile, in italiano, nel sito Oriente e Occidente, sia perché vogliamo limitarci ai già fin troppo numerosi spunti meditabili evidenziati finora.
Il tema cruciale ci sembra quello dell'associazione tra il gioco ed il fuoco, accomunati dalla radice LIH di lîlhâ.* Partiti dalle valenze infantili ed innocue del gioco, ora ci troviamo davanti prospettive illuminanti, ma distruttive. In effetti il gioco amoroso, se non erotico, giocoso lo è indubbiamente, ma l'esito somiglia molto alla danza di Shiva, vuoi perché - come amore del Creatore nei confronti della creatura - spersonalizza e quindi annichilisce quest'ultima, che in quanto amata giunge ad identificarsi nell'Amante e vuoi perché - come amore della creatura nei confronti di un'altra creatura - fatalmente finisce col logorare l'amante, l'amato/a ed il loro rapporto, cioè l'amore [profano] stesso. D'altra parte anche il fuoco ha due aspetti, caldo (ed in qualche modo 'inferiore') il primo e luminoso il secondo. Può bruciare o rischiarare, insomma. Su ciò, il Saddharma Pundarîka (trad. H. Kern, Oxford, 1884, p. 467) domanda: "Per quale ragione la conoscenza (jñâna) fa brillare (vibhâti) la protuberanza (mûrdhnyusnîsa) del cranio?". E la risposta è fornita in parte nei testi precedentemente citati, ma meglio nella Bhagavad Gîtâ (14, 11): "Quando c'è la conoscenza, la luce brilla (prakâsa upajâyate jñânam yadâ), uscendo dagli orifizii del corpo; allora quell’Essere è compiuto (vrddham sattvam)". Non diversamente, san Tommaso scrive (Sum. Theol. III, 45, 2c) che "il fulgore corporale è naturale in un corpo glorificato, ma miracoloso in un corpo comune".


* Il Dizionario pali-inglese della Pali Text Society - annota sempre Coomaraswamy - traduce LIH con "pulire", "levigare", ma questo, al massimo, è un senso derivato; il significato originale è "leccare", e, da lì, "baciare". Circa la parola lîlhâ, la radice LIH (RIH), "leccare", basterebbe per confermare la nostra idea che è il "gioco" delle fiamme di Agni quello che fin dall'inizio ha predisposto una base naturale per l'idea di un "gioco" divino. Tuttavia, benché non abbiamo il minimo dubbio su quel che riguarda la relazione di queste idee, sembra impossibile far derivare l'equivalente lîlâ da detta radice. Lîlâ deve essere relazionato con lêlay, "infiammarsi", "oscillare", "baluginare". Si tratta di un tema che, come lîlâ, è post-vedico e che probabilmente rappresenta una forma raddoppiata di lî, "attaccarsi", "appoggiarsi". Non sarebbe inconcepibile uno spostamento semantico da "attaccarsi" a "giocare", se accentuiamo i sensi erotici delle parole sanscrite. D'altra parte - come si dice nel St. Petersburg Dictionary - lîlâ è stato visto spesso come una corruzione di krîdâ. Suggeriremmo che la radice è realmente lî, ma che la forma della parola lîlâ può essere assimilata a quella del suo equivalente krîdâ.

Infine, a proposito delle lingue di fuoco (e di nuovo dell'ambivalenza, in questo caso del 'leccare', 'lambire'), non si può non pensare agli Atti degli Apostoli (II, 3): "Apparvero lingue come di fuoco, che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro". Sul 'lambire' in particolare si potrebbe segnalare - senza pretesa veruna - l'affinità col lamb inglese ("agnello", quindi Ariete-fuoco e perciò Agni). D'altra parte, se si può parlare del divino solo negativamente, neti-neti è 'la-'la, in arabo.

Di simboli spiraliformi quali la chiocciola, il gomitolo, la vite, il succhiello, il cavatappi, la molla, il labirinto, il mulinello, il vortice, l'otto, il caduceo (vimen, in latino), l'elica (elix, in greco), non ce n'è mai abbastanza. A proposito di quest'ultima, elix è anche il salice (salix, -licis), da intrecciare nei manufatti in vimini. Ed il Viminale era un colle sul quale abbondavano i salici. Ma la genealogia della parola - come precisa Bruno d'Ausser Berrau in Helgoland (saggio reperibile nella sezione a lui dedicata del sito Episteme) - va ben oltre: vi si collegano infatti i tedeschi heilig ("santo") e heil ("salute", "salvezza"), lo holy inglese ed il kalòs greco, nonché il kalya sanscrito ("ben fatto", "perfetto").

Più squadrati, ma non meno allusivi, sono lo svastica (che nei suoi due sensi di marcia - orario ed antiorario - riproduce i movimenti del sole e del firmamento, per un osservatore volto rispettivamente verso l'est e verso il nord) e la cosiddetta «greca» (màiandros, da cui il nostro "meandro"), che ci porta lontano.
Infatti, se andros è l'uomo, maia è sua madre.* È un gioco di cui il Bambino non si stanca mai, quello di nascere e far nascere sempre ed ovunque, a dispetto di qualsiasi intralcio naturale ed innaturale (chimico, farmaceutico, ecc.).** La Natura, ovvero la "nascitura" perpetua, è davvero il Gioco infinito.


* Tuttora, in greco moderno, maia significa "levatrice" (o addirittura "mezzamoglie"; in inglese, midwife).

** A rigor di termini, l'innaturale - provenendo comunque dalla Natura, che nel nostro caso è Madre Terra - non esiste. Inoltre, se fysis è "natura" e se il mondo fisico comprende anche le creature non corporee (invisibili, cioè, sebbene non inascoltabili), 'metafisico' e 'sovrannaturale' sono un solo aggettivo. Aggettivo attribuibile ad un solo essere, cioè all'Essere.


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Torniamo al gioco, argomento sul quale un'occhata qui
non guasterebbe. Oltre alla trottola (che, a pensarci bene, qualche capogiro lo provoca), un tipico trastullo infantile è quello dell'oca (anser, in latino; in inglese è goose, ma anche swan o "cigno"), gioco che contiene la "risposta" (in inglese, answer, anagramma sia di swan che di anser) a tante domande.* Nello spazio di questo breve articolo, ambientato nella Terra dell'Elica (o Heligoland) di cui sopra, la versione che ci interessa è quella oggi pomposamente chiamata «nastro di Möbius», consistente in una strisciolina di carta o di stoffa le cui estremità sono congiunte in modo che l'una sia il rovescio dell'altra (nell'immagine sottostante, congiunte non come in a, bensì - b - come in c).

* Le sue 64 caselle, l'ultima delle quali non numerata (a significare ogni possibilità - umana e no - di vita nuova, la penultima rappresentando l'anno climaterico per eccellenza, quello letale), hanno la loro eco sia negli scacchi che nell'I-king. Di questo va notata la definizione dell'ultimo esagramma ("prima del compimento") e del penultimo ("dopo il compimento"), definizione a prima vista un po' illogica, ma che ad un occhio più attento si rivela alludente a due diverse vite.

La cosa è tutt'altro che moderna, visto che un mosaico del III secolo d.C. (vedi) ce ne fornisce un esempio. Tuttavia merita d'esser riportata la descrizione che del «nastro di Möbius» offre la Wikipedia: "Le superfici ordinarie, ossia le superfici che nella vita quotidiana siamo abituati ad osservare, hanno sempre due facce, per cui è possibile percorrerne idealmente una senza mai raggiungere l'altra, se non attraversando una linea di demarcazione costituita da uno spigolo [...]. Per queste superfici è possibile stabilire convenzionalmente un lato 'superiore' o 'inferiore', oppure 'interno' o 'esterno'. Nel caso del nastro di Möbius, invece, tale principio viene a mancare: esiste un solo lato e un solo bordo. Dopo aver percorso un giro, ci si trova dalla parte opposta. Solo dopo averne percorsi due ci ritroviamo sul lato iniziale. Quindi si potrebbe passare da una superficie a quella 'dietro' senza attraversare il nastro e senza saltare il bordo, ma semplicemente camminando abbastanza a lungo".

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Nonostante la caleidoscopica varietà delle manifestazioni del Creatore, tutti i suddetti richiami al procedere spiraliforme del nostro cosmo (laddove «spiraliforme» sta sia per "rotatorio" che per "elicoidale") si applicano soprattutto al tempo. Tempo ciclico, ovviamente, quello cosiddetto «lineare» non essendo che uno dei tanti vaneggiamenti moderni, ma ciclico non nel senso che ogni 'ricorso' sia la copia esatta di un 'corso' già trascorso. L'immagine tradizionale, al riguardo, è quella del vasaio che sovrappone i suoi serpentelli di creta, ognuno dei quali, pur 'mordendo' la propria coda, poggia quest'ultima sulla testa del serpentello sottostante, dimodoché l'anello da lui formato non è perfettamente 'in piano'. In tal modo - per dirla con un aforisma sufi - "le fasi dell'esistenza si ripetono, eppure non si ripetono".
Da quest'ottica abbiamo già esaminato la successione dei giorni della settimana, che s'è vista rispecchiare quella planetaria, secondo il crescere della distanza dalla Terra, solo a giorni alterni (LUNEDÌ - martedì - MERCOLEDÌ - giovedì - VENERDÌ - sabato - DOMENICA - lunedì - MARTEDÌ - mercoledì - GIOVEDÌ - venerdì - SABATO); sicché per completare il percorso occorrono quattordici giorni, quattordici stazioni della Via Crucis, due settimane, due pale di un'elica. 

Due pale di un'elica, ovvero
una doppia spirale.

Ελιξ, "era questo il nome - conclude d'Ausser Berrau, ancora in Helgoland - che veniva attribuito al simbolo della doppia spirale così diffuso nella Grecia arcaica e non solo là [...], doppia spirale nella quale il senso inverso delle due parti corrisponde ai due emisferi terrestri, cosicché i due centri stanno in luogo dei poli".

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Ora, come nell'emisfero australe l'orientamento è capovolto (l'est stando alla destra e l'ovest alla sinistra di un osservatore rivolto verso il nord-mezzogiorno), rispetto a quello boreale (dove l'est si trova alla sinistra e l'ovest alla destra di un osservatore rivolto verso il sud-mezzogiorno),* così la cadenza dei nomi dei giorni indica un'inversione della sequenza planetaria: crescente quella intra-solare, calante quella extra-solare.
Alla stessa conclusione si arriva confrontando la posizione celeste dei pianeti [rispetto alla Terra] con quella settimanale: se il primo giorno spetta al primo pianeta,** il secondo va al quinto pianeta, il terzo al secondo, il quarto al sesto, il quinto al terzo ed il sesto al settimo. Il quarto pianeta, come nell'immaginario medioevale, funge da imbuto o - più esattamente - da clessidra.
* Per quanto la precisazione sembri ovvia, questo rovesciamento non va dato sempre per scontato. Chi scrive, per esempio, ha stentato a rendersi conto che nell'altro emisfero il muschio (tradizionale indicatore del nord, sul tronco di un albero) indica il sud.

** Come è palese, in quanto scriviamo adottiamo il punto di vista dell'astrologia classica, che considera pianeti, con ovvie differenze gerarchiche, anche Sole e Luna. Altrettanto dicasi della prospettiva geocentrica - che peraltro sembra l'unica possibile a chi abbia letteralmente i piedi per terra - e della messa in non cale dei transaturniani. A proposito di questi ultimi, che prima erano in tre ed ora sono rimasti in due (il povero Plutone essendo stato declassato), vien da chiedersi come faccia l'astrologo moderno a tenere il passo all'inarrestabile «chiodo scaccia chiodo» di 'scoperte' ognuna delle quali smentisce la precedente.

Due etimi relativi al gioco degli scacchi: a) «alfiere» - o «alfino» - è dallo spagnolo alférez, a sua volta derivato dall'arabo al-fil ("l'elefante", in senso bellico), omofono anche in persiano; b) «scaccomatto» è dalla dicitura arabo-persiana che segna la conclusione del gioco, cioè shah mat, ossia "il re è morto".

Ancora e di nuovo sul simbolismo degli scacchi, dopo un fugace accenno al numero sessantaquattro (che, accomunando la somma dei quadrati agli esagrammi dell’I-king, fa del «gioco» una cifra cosmologica non esente da riferimenti ciclici quali la precessione degli equinozii), vorremmo stavolta porre nel debito risalto una metafora che ben si adatta ai nostri tempi democratici, la metafora cioè del pedone/peone che è l’uomo di fine secolo (laddove con «secolo» ci riferiamo a quello che la sibilla annuncia «solvere in favilla»).
È la metafora riposta nella regola che permette ai pezzi più numerosi e meno importanti, una volta pervenuti al limite opposto a quello di partenza, di trasformarsi in qualsivoglia altro pezzo, eccezion fatta per il cosiddetto «re» (la cui identità sacerdotale, come già detto, è resa palese dalla croce che lo sovrasta). È la metafora, insomma, della speranziella che tutti, non ostante la nostra invincibile puzza di piedi, possiamo nutrire. Ed è una metafora, infine, peculiarmente cristiana.

Si dice che la più grande vittoria di Satana sia il convincere ('ché, effettivamente, con-vincere val più di vincere) della sua inesistenza. È vero. Così, è la sua più grande vittoria l'averci fatto credere che la lotta degli ultimi secoli tra finanza e clero, lotta articolata in a) stati nazionali contro Chiesa sovranazionale, b) Borsa internazionale contro stati nazionali e c) Borsa apolide contro [quanto rimane della] Chiesa romana, sia solo la lotta del profano/laico contro il sacro/religioso. In realtà lo scontro si ha sempre e solo sul terreno religioso (o, meglio, ultraterreno, quello terreno non essendone che il riflesso). Tant'è che, una volta sollevate le fette di prosciutto incollate sugli occhi, il cosiddetto "laico" si rivela pullulante di simboli invertiti (non a-spirituali, cioè,* ma propriamente contro-spirituali). Come ben si sa, infatti, la simia Dei (che è pur sempre un angelo a testa in giù), non può che servirsi degli stessi simboli dei quali si serviva prima della caduta, ovviamente rovesciati (come il triangolo, il numero solare o l'emblema leonino).


* Pensiamo a falce e martello, insegna terrena dell'operaio questo e del contadino quella, ma insegna celeste, rispettivamente, di Saturno e di Marte (i due «malefici» dello Zodiaco, forieri di violenza e morte). Un glifo, un geroglifo, pertanto, tutt'altro che a-spirituale. Quel che ieri infatti era comunismo d'accatto, quando non cattocomunismo, l'altro ieri era però lucidamente mirato contro la Chiesa (e contro l'ultima dinastia imperiale, e cattolica, degna di entrambi gli aggettivi). Analoga osservazione andrebbe fatta circa la squadra ed il compasso, non ostante una certa presenza clericale nella Massoneria moderna.

Chi si stupisse di quanto detto finora (relativamente inusitato oggi, ma altrettanto relativamente pacifico fino a qualche secolo fa) dimostrerebbe solo, col suo stupore, quanta strada abbia fatto, lungo la via del progresso, il principe delle tenebre. Ciò premesso, ne derivano alcune considerazioni. La prima: l'eccesso di informazione, anche quella cosiddetta "alternativa", collabora al progetto diabolico di distogliere l'attenzione dalla vera natura dello scontro in atto. La seconda: le divisioni corazzate dell'esercito celeste sono i conventi di clausura (e l'arma migliore, la preghiera). La terza, che si rifà alla tradizionale specularità del macro e del microcosmo: le guerre che insanguinano questo pianeta (e chissà quanti altri) si combattono, si vincono e si perdono, anche all'interno di ciascuno di noi. La quarta, finale: lo scontro tra Dio e Satana è reale e plurimillenario solo dal nostro punto di vista, il che ci obbliga ad una scelta di campo. Tuttavia, sebbene i potenti stiano dalla parte di Satana, "il Signore ride di loro e, dall'alto dei cieli, li schernisce" (Qui habitat in caelis - Salmi, II, 4 - irridebit eos, Dominus subsannabit eos), perché i meschini non sanno che, pensando di fare il loro gioco, stanno comunque facendo il Suo gioco, gioco bello e terribile nel quale agiamo e siamo agiti, i soldatini di piombo e le bambole di pezza che siamo.

"Spesso il male di vivere ho incontrato, | era il rivo strozzato che gorgoglia, | era l’incartocciarsi della foglia | riarsa, era il cavallo stramazzato".
Questa bella quartina di Montale è rinomata anche per la sua metrica singolare. In anni ormai lontani, infatti, il poeta non s’era ancora arreso all’infamia del «verso libero» (libero da che? ci si immagina un giocatore di carte che voglia liberarsi dalle regole [della briscola, della scopa o del tressette]?) e, come si vede, neppure disdegnava il deprecato uso della rima. Metrica singolare, dicevamo, perché il terzo verso è formalmente un endecasillabo e - con l'aggiunta di parte del quarto - sostanzialmente un alessandrino (ovvero un verso di quattordici sillabe composto, come l’endecasillabo da un quinario ed un settenario, da due settenarii): era l’incartocciarsi della foglia riarsa. Del resto l’alessandrino non è raro né in Montale stesso ("poiché la via percorsa, se mi volgo, è più lunga"), né, per esempio, in Gozzano ("tra bande verdi e gialle d'innumeri ginestre").
Ma sull'alessandrino, detto anche «martelliano», molto ci sarebbe da aggiungere (per il che la Wikipedia è assai esauriente, oltre che stimolante la discussione). Qui preciseremo solo che, degli emistichii che lo compongono, il primo dev'essere un settenario piano. Ciò, affinché l'accento cada sulla tredicesima sillaba; altrimenti sarebbe un alessandrino anche il celeberrimo "Rosa fresca aulentissima ch'apari inver' la state" di Cielo d'Alcamo.
Terminiamo col dire che, morte un po' alla volta le regole del gioco (prima col «verso sciolto [dal vincolo di strofe e rime]», poi col «verso libero [dalla costrizione metrica]»), è morto il gioco.* L'agonia della poesia non manca di qualche sussulto (per restare nell'alessandrino, dall'Ungaretti, pur alessandrino di nascita, del "Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie" - vivisezionato in quattro pseudoversi privi di punteggiatura - al Luzi de "I pontili deserti scavalcano le ondate"), certo, ma la prognosi è infausta.

* Regulae deriva da regere, come rex e regina. Tutte cose in via d'estinzione, se si eccettua qualche basilisco (animale favoloso, che trae il suo nome dal basilèus - "re", appunto - greco) di quando in quando apparente qua e là. Così la rettitudine. E così le regole femminili.

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A mo' di postilla, è bene precisare che l'alessandrino, più che un verso di quattordici sillabe, è un verso la cui ultima sillaba accentata è la tredicesima. Inoltre non si compone necessariamente di un doppio settenario, perché, ad esempio, «i marinai sanno che la fortuna è temibile» è un alessandrino sdrucciolo. D'altronde anche «i marinai sanno che la fortuna» è un endecasillabo.

Conformemente alle leggi cicliche, che per noi occidentali vogliono la Chiesa soppiantata dallo Stato e lo Stato soppiantato dalla Banca, un lungo saggio dello shaykh Abdalqadir (Tecnica del colpo di banca),* ci spiega come, da qualche secolo a questa parte, il cosiddetto «colpo di stato» non sia in realtà che un'accorta operazione finanziaria. Così sono scomparsi gli ultimi imperi tradizionali, dal russo all'austro-ungarico, fino all'ottomano.


* Il saggio si può leggere integralmente sia in inglese, nel sito dello shaykh medesimo (personaggio notevole, eccentrico gentiluomo scozzese convertito all'Islam, verso il quale chi scrive è debitore di parecchie intuizioni), che in traduzione italiana, nel blog Il ribat. Ne trascriviamo di seguito, tra virgolette, qualche passo.

La Banca, in altre parole, che la si chiami «mercato» o «usura», non è che la terza casta al potere, casta i cui esponenti di maggior spicco "non amano esser chiamati «banchieri». Dicono, talvolta, di stare nel settore investimenti. Ciò che realmente amano è essere chiamati «filantropi». E lo sono, nella misura in cui un pedofilo è un pedofobo. Sono indifferenti alla sofferenza umana. Ci odiano poiché causiamo tanti problemi. Uno solo è il processo che assicura il potere a tale élite. L’usura è il fattore comune, per quanto l’arena della loro azione sia l’attività bancaria, i mezzi di comunicazione e la borsa merci. Ma tutto oggi è merce".
Terza casta, abbiamo detto, non tanto per estrazione sociale o genetica, quanto per l'assenza delle qualificazioni tipiche della seconda (aristocratico-cavalleresca) e della prima (mistico-sacerdotale). Terza casta, pertanto, scissa tra ricchi e poveri, quelli effettivamente e questi teoricamente al potere. Infatti, "prima della Rivoluzione francese i tre stati nei quali la società era divisa erano il clero, la nobiltà e il terzo stato. Dopo duecento anni di democrazia la società è stata nuovamente ripartita in tre gruppi: i banchieri, l’attuale classe tirannica dominante; i miliardari, la nuova nobiltà; gli schiavi-debitori, il nuovo terzo stato. Un ulteriore sguardo su questa nuova classe oligarchica, la quale sconsideratamente dichiara ancora di essere il prodotto finale dell’evoluzione, è il seguente: il 'terzo stato' originario era definito nel suo grado più elevato dal pagamento di tasse specifiche basate sui possedimenti terrieri, mentre all’infimo dalla mancanza di terra. Nella nuova distribuzione detta «modernità» il terzo stato è composto da coloro che hanno obblighi contrattuali di debito; e ogni cittadino - deve essere ricordato - è un debitore. Al di sotto si stende la vasta massa di persone viventi in condizioni di abietta povertà, costretti ad avviare i propri figli alla prostituzione e a rovistare nei deserti di immondizie urbane per sopravvivere".
E come può un componente la terza casta ergersi a rappresentante la seconda, o addirittura la prima, se non parodisticamente e a mo' di burla? Non a caso, "c'è un elemento inevitabile in ogni singolo leader di stato moderno, discendendo la china a partire da Napoleone (e, senza dubbio, 'discendere' è il verbo appropriato). Richiamando l'affermazione di G.B. Shaw, secondo cui la democrazia è «chiunque scelto da ognuno», ne consegue che il governante eletto dal popolo rappresenta il «minimo comun denominatore» di quest'ultimo. Non dovrebbe quindi sorprendere se il leader, ben lungi dall’essere il «massimo comune multiplo» delle masse, ne sia in realtà il punto infimo".

Ma torniamo a fine '700. "Aboliti il Natale, Ognissanti e la Pasqua, giunse il tempo di sostituirli. In luogo del calendario cristiano apparve il calendario rivoluzionario. Il comitato di sicurezza pubblica istituì il culto della Ragione il 10 novembre 1793, divenuto il 20 brumaio dell’anno II. Robespierre propose l’introduzione di 36 festività secolari nel corso dell’anno, con un giorno speciale dedicato alla celebrazione della religione dell’Essere Supremo. La festa dell’Essere Supremo si tenne nel giugno 1794, 20 pratile, anno II. Tale festeggiamento segnò l’apice del potere di Robespierre e il culmine del Terrore, con le duecento ghigliottine parigine al lavoro giorno e notte. Ciò coincise con la glorificazione dell’Essere Supremo della Rivoluzione. Dal momento che al nucleo di questa dottrina inventata era l’asserzione che l’Essere Supremo fosse impegnato con gli atomi e il lavoro della natura, la sua supremazia dovette essere necessariamente rimossa dalle azioni, sia personali che sociali, delle creature umane. Affinché l’umanismo potesse esplodere nel Nuovo Ordine, era necessario che la divinità si occupasse dei suoi affari, mentre gli esseri umani si sarebbero fatti carico del governo delle proprie vite".
Eliminato così il Destino, ovvero soppressa la Provvidenza celeste e cancellata la divina Necessità, non restò che affidarsi al Caso. "Avvenne così che, per ordine della Comune di Parigi, il 15 novembre 1793 fu ordinata la costituzione e istituzionalizzazione del gioco d’azzardo. La Lotteria Nazionale divenne parte della religione. Ironicamente, la dottrina del Caso, che è la dottrina della Lotteria, è la riduzione della persona a uno stato di completa dipendenza. A questo punto la sottomissione alla forza delle cose, le quali non vengono più viste nel loro complesso interagire in un disegno cosmico, è totale. Nell’arco di duecento anni, la dottrina religiosa della Lotteria sarebbe divenuta uno dei princìpi fondamentali della biologia materialista. La degenerazione delle creature umane sotto queste dottrine è stata talmente grande che i loro eminenti scienziati avrebbero applicato i princìpi delle case da gioco allo stesso processo della Creazione, brodo primordiale dal quale sarebbero emerse le proteine viventi". La stessa tragica ironia è palpabile giornalmente da ciascuno di noi, ossessionati come siamo dalla coazione a tutto pianificare, regolare [con leggi, decreti, ordinanze, ecc.] e prevenire.*
Tuttavia, "per quanto l’uomo affermi di essere il padrone del proprio destino, sia individuale che collettivo, non può infrangere i limiti dello spazio e del tempo. Non può anticipare i movimenti militari del suo nemico, lo scoppio di un’epidemia, l’inatteso colpo letale nella notte, né la puntura di una zanzara malarica. È così che, mentre i nostri prodi umanisti si trovano esattamente al centro del campo agorafobico della loro libertà, governato dalla ragione, permane nondimeno un potere imprevisto e imprevedibile che tutto sovrasta. Napoleone, il 'gran kafir', riconobbe, con amaro realismo, di dipendere da quanto egli definì «la force des choses». Lui stesso sostenne (poiché, malgrado tutto, era un genio) di poter dominare gli eventi fino al momento in cui il Destino avesse finito con lui, allora sarebbe stato gettato via come uno straccio usato, il che è precisamente quanto successe".


* Prevenire è meglio che curare, si suol dire. Perciò stipuliamo assicurazioni (privandoci del certo di oggi - qualche decina di euro, che potevamo spendere in beneficenza - in cambio dell'incerto di domani), ci sottoponiamo ad «accertamenti diagnostici» il cui esito obbligato è un ulteriore accertamento e insomma ci tuteliamo contro l'unico rischio dal quale sono immuni i nostri simili 'sottosviluppati', cioè il fiat voluntas Sua.

Concludiamo come segue.
"Il più grave degli errori è stato il cammino che il mondo intero ha intrapreso per mano di un carnefice di massa dalla figura oscura e disturbata, Robespierre". Su quest'ultimo - che il Cielo lo perdoni - può esser utile la query relativa (qui).

Nella buona, vecchia Enciclopedia Treccani, la gnosi è definita forma "religiosa, spesso raggiunta per mezzo di procedimenti misterici, che sottolinea (a discapito della fede e delle opere) l'elemento conoscitivo nella ricerca di Dio".* In quanto tale, rappresenta un "processo di illuminazione interiore riservato a pochi iniziati". Aspetti gnostici "si trovano in molte religioni (induismo, buddismo, talune tradizioni ebraiche e islamiche) e in alcune correnti vicine o interne al cristianesimo primitivo (fino al 3° sec.)".

* Il passo citato in realtà esordisce col definire la gnosi "forma di conoscenza". L'abbiamo amputato, perché gnosi etimologicamente è "conoscenza" e basta. Conoscenza di ciò che mette conto d'esser conosciuto, s'intende, cioè del divino. Circa il privilegiamento di questa rispetto alla fede ed alle opere (che effettivamente rappresenta la piaga non della gnosi, ma di parecchi gnostici), si potrebbe far presente che la contemplazione viene tradizionalmente privilegiata, rispetto all'azione.

Fin qui, la gnosi sembra normale appannaggio della prima casta. Normale, ovvero "a norma di Legge", ma non esclusivo, perché a) in ogni religione fenomeni quali il monachesimo possono prevedere sia la solitudine del romitaggio che la laboriosità sociale, b) anche il componente caste 'operative' è suscettibile di una gnosi connessa, in misura più o meno ampia, alla propria attività, ed infine c) l'incompatibilità tra contemplazione e azione non sempre è assoluta, potendosi anche 'contemplare' - in senso etimologico - il frutto del proprio lavoro. Appannaggio della prima casta, dicevamo, quindi di qualsiasi religione. Religione rivelata, ovviamente.
Tuttavia, quel che di solito si intende per gnosi (e che in tal caso è più opportuno chiamare «gnosticismo», il suffisso ismo contrassegnando qualsiasi corrente religiosa, filosofica, artistica, politica, ecc.) è caratterizzato dalla nozione seguente. «Se il Dio da cui deriva l'anima dell'uomo è un Dio buono e luminoso - chiarisce E. Albrile, in Alle origini dello gnosticismo - non può certamente avere a che fare con un mondo colmo di orrori e di angosce. Il nostro universo è l'universo della scissione in cui nulla è 'reale'; tutto è creato affinché l'uomo soffra in balìa di potenze a lui oscure. Il cosmo è quindi creato - secondo gli gnostici - da un creatore inferiore, un Demiurgo maldestro e ignorante. Gli gnostici, in trattati esoterici quali l'Apokryphon Johannis (nel medioevo conosciuto dai catari come Liber secretus), descrivono le nefande imprese demiurgiche di questo creatore inferiore da loro chiamato Yaldabaoth, cioè "Padre del chaos". Padre del chaos poiché generatore della struttura cosmica». Ciò premesso, appare più che evidente l'inammissibilità, non solo da parte del cristianesimo, ma da parte di ogni religione che ortodossamente consideri il creato quale opera del Creatore (o quale manifestazione dell'Immanifesto), di questa contrapposizione 'manichea' tra Dio e Demiurgo.* Inoltre, poiché - continua E. Albrile - «vi erano [...] gnostici che per risvegliare l'elemento divino presente nell'uomo sopprimevano totalmente l'involucro carnale, dandosi ad una ascesi assoluta, ed altri [che] invece esaltavano l'elemento corporeo e sessuale, predicando l'assoluta incontinenza»,** pensando a questi ultimi non è difficile capire l'acrimonia di sant'Ireneo, Tertulliano e san Giustino verso lo gnosticismo. Per giunta, ad ulteriore conferma della satanicità imputata anche a persone integerrime come Marcione, la cosmologia gnostica annoverava una pletora di divinità intermedie, sia tra l'uomo e il Demiurgo che tra l'uomo e Dio: pianeti e relative sfere, arconti, dynameis, spiriti malvagii e no, insomma tutto l'armamentario misteriosofico, occultistico, orfico, divinatorio, magico, ermetico, cabalistico, astrologico e, chi più ne ha, più ne metta.

* Vale a dire, tra pleroma, mondo superiore spirituale, eterno e perfetto, e kenoma, mondo inferiore materiale, effimero ed imperfetto. Vale a dire, ancora, tra luce e tenebre. E vale a dire, infine, tra Bene e Male. Posta in questi termini, la questione non appare del tutto estranea all'animo religioso. Il guaio è che così si finisce col contrapporre Dio e Satana, facendo di questa alternativa uno scontro tra eguali, il che è ovviamente assurdo. L'unica scappatoia del credente è quella platonica, per cui non esiste il contrario di un'Idea, ma solo una carenza. Non esiste il Male, insomma. Quel che esiste è il male relativo, inteso come carenza di Bene. Al riguardo, andrebbe precisato come bene e male esistano e coesistano solo in rapporto al singolo, in un mors tua = vita mea che fa del male altrui il bene proprio. Ad un livello superiore, uranico od iperuranico che si preferisca, è solo il sommo Bene. Detto in termini tradizionali, l'Ordine è la somma dei disordini locali.

** Tra le numerose sette cui appartenevano costoro spicca quella dei carpocraziani, presso i quali si soleva dire che "tramite il piacere si combatte il piacere". «È probabile che dietro a tutta questa rituaria - aggiunge E. Albrile - si nascondesse una tecnica di magia sexualis implicante una ascesa e un attraversamento delle sfere archontiche, così come adombrato ad esempio nel Diagramma degli Ofiti, un testo riportato dal pagano Celso nella polemica contro Origene». Ancora circa i carpocraziani, dal momento che la figura di Carpocrate sembra leggendaria, forse non è privo di interesse ricordare che «carpocrazia» vale "dominio del frutto". Per quanto riguarda il pelago delle sette, lì dette «correnti», si rinvia all'assai ben fatta pagina della Wikipedia sullo gnosticismo (pagina il cui incipit si chiude come segue: "Per quanto insoddisfacente possa sembrare questa definizione, l'oscurità, la molteplicità e la confusione dei sistemi gnostici permettono difficilmente di formularne un'altra").

Giunti a questo punto, avendo distinto gnosi da gnosticismo, non sappiamo se ascrivere l'aggettivo «gnostico» a questo o a quella. Al riguardo, c'è chi ha proposto di definire lo gnosticismo come «falsa gnosi» - e se n'è già accennato qualcosa, in un altro post - o «gnosi spuria» e, su quest'ultima definizione, merita attenzione quanto segue, tratto dall'omonimo saggio di don Ennio Innocenti. "Nell’interpretare la realtà, due sono i giudizi sull’essere: l’essere o è [...] interpretato come partecipazione oppure è interpretato come caduta. Sia nel primo che nel secondo giudizio le conseguenze sono [...] tali da influenzare tutto il vivere umano. L’essere è partecipato da una fonte sapiente, libera ed amante: l’infinito Iddio. Egli, pienezza di coscienza, bontà e bellezza, partecipa il Suo essere amando gli esseri che crea, ordinandoli in una collaborazione che rispecchia la Sua perfezione, cui tutti - e l’uomo consapevolmente e liberamente - tendono. L’essere, invece, cade, primordialmente e necessariamente, da una oscurità inconscia, innominabile, informe ed indeterminata, e tale caduta, che comporta la degradazione e la differenziazione degli esseri, dev’esser riassorbita nell’unità indifferenziata del tutto. Nella prima interpretazione l’uomo s’innalza per dono divino; nella seconda, l’uomo s’illude di ergersi immedesimandosi nel tutto. [...] La prima gnosi la chiamiamo «pura», la seconda «spuria». [...] La gnosi spuria, come l’abbiamo definita, ha matrici antichissime, ma - specialmente per la mediazione mesopotamica ed egiziana - diventa ebraica ed è dal focolaio ebraico che deriva un influsso forse preponderante in ambiente cristiano, come vari insigni autori hanno riconosciuto".
Ben detto, purché si interpreti «essere» come "esistente". L'altro nostro appunto riguarda la preponderanza ebraica, visto che gnostico illustre era anche il già citato Marcione, la cui devozione a san Paolo è ben nota, che rifiutava il Vecchio Testamento. Comunque sia, riepilogando, quel che rende intollerabile lo gnosticismo, cristiani, musulmani, taoisti o animisti che si sia, più che il ricorso a pratiche e rituali di dubbia congruità, è la scissione tra la sentina d'ogni vizio che è questo mondo demiurgico e Dio. In tal modo, negando la presenza divina nel creato, ma anelando comunque al divino oltremondano, tutto diventa lecito. In assenza della Sua grazia, possiamo contare solo sulle nostre forze (magari con l'ausilio di sex & drugs & rock & roll).
Con ciò non vogliamo certo sminuire l'importanza del ricorso a tecniche psicotrope (allucinogene, stupefacenti, ecc.). Da sempre, in India è prevista la duplice possibilità di lettura dei testi sacri, l'una vedica (o "della mano destra"), l'altra tantrica (o "della mano sinistra"). Anche chez nous l'alchimia prevede una via «secca» ed una via «umida», quella più lenta, ma più sicura, questa più veloce, ma più pericolosa. Sembra evidente che il pericolo è tanto maggiore, quanto minore - per non dir nulla - è l'umiltà del neofita (laddove per umiltà si intende un tirocinio in assoluta obbedienza ai dettami di un maestro qualificato; altrimenti, la sperata «liberazione» del meglio di sé rischia di trasformarsi nello 'scatenamento' del peggio di sé). Tutto sommato, è l'orgoglio la colpa dello gnostico spurio.



Se si volesse condensare il fine (e la fine) della conoscenza, ovvero della gnosi, in un solo concetto, questo è l'unicità dell'Universo (della Creazione, della Manifestazione, dell'Esistenza), unicità ed unità espresse nell'esoterismo islamico con la formula wahdat al-wujud. In questo quadro tutta l'affascinante molteplicità del reale, nel bene come nel male e nel piacere come nel dolore, svelata la sua fascinazione, si rivela null'altro che l'eterno Gioco dell'Uno, gioco nel quale il singolo individuo gioca il ruolo del giocato, non del giocatore. Ciò spiega la necessità della "soppressione dell'io" [del giocattolo], in arabo al-fanâ, quale condizione preliminare al raggiungimento della consapevolezza dell'Unità.
Stante quanto sopra, appare chiaro l'errore - in senso anche etimologico - di chi vagabonda nella caleidoscopica varietà di attrazioni della materia, con ciò vanamente sperando di attingere l'unicità dello spirito. Né la cosa va intesa solo eticamente, cioè nell'accezione comunemente detta «venerea»,* ossia somaticamente, ma anche psichicamente: essendo la molteplicità del reale la rifrazione dell'unico Reale, riflettervi significa perdersi. Sul tema, oltre al mito di Narciso, l'immagine tradizionale è quella dello specchio d'acqua, che riflette innumerevoli volte un solo raggio di sole: l'analisi razionale vede la pluralità; la sintesi intellettiva, l'unità.

* A proposito di Venere, che a ben vedere simboleggia la pietra dello scandalo (perché prima o poi, gratta gratta, si va sempre a finire in locis genitalibus), troppo ci sarebbe da dire. Volendo, si può consultare la funzione CERCA, ad inizio o a fine pagina. Stavolta ci limitiamo a far notare che, pur essendo innegabile la sua duplicità ("serotina e matutina" per Dante, Esperos e Phosphoros per Cicerone, "urania" e "pandemia" in un Platone che s'è voluto spacciare per teorico - rispettivamente, in questa ed in quella - dell'etero e dell'omoerotismo), l'imperativo dell'unità vieta di smarrirvisi. 
L'amuleto qui accanto è sempre stato un buon supporto alla meditazione su questo tema, anche nella sua versione cristiana. Fulcanelli, ne Il mistero delle cattedrali, sottolinea come "la pianta dei grandi edifici religiosi del medioevo, con l'adozione di un'abside semicircolare o ellittica saldata al coro, segua perfettamente la forma del segno ieratico egiziano della croce ansata (ank)".
Per finire, sempre a proposito di duplicità che deve risolversi in unità, moltiplicare le epifanie divine fino a farLo tri, tetra, penta e insomma pantomorfo - senza perciò scivolare nel politeismo - può aiutare a vivere il versetto coranico (LV, 27) che quotidianamente ci ricorda come, scomparsa l'una dietro l'altra ogni faccia, "resta solo il Volto, nella Sua potenza e nella Sua gloria".

Cos'è l'apeiron di Anassimandro, inqualificato (nirguna) ed indistinto (nirvishêsha), se non l'innominabile ed invisibile Principio (laddove quello visibile e nominabile non è il
Principio)? Cos'è, se non il nulla, il non essere, il caos precedente l'ordine?
Cos'è, se non il caos precedente il [e successivo al] cosmo dei miliardi di miliardi di «io»? Non se ne può più, di questo «io». L'unica speranza di disfarsene, per chi non sia già svaporato "come l'acqua versata su una pietra rovente", risiede lì, nell'apeiron, nel caos, insomma nel pralaya.

"Ed io non voglio più essere io", canta Gozzano.
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Dappoiché il Signore ama prenderSi gioco dello scrivente,
ha fatto 'sì che quest'ultimo,
nel cercare in rete la parola pralaya,
si imbattesse nell'omonimia dell'immagine che segue.



Ci eravamo ripromessi (qui) di tornare sul tema, con facile gioco di parole definito del «culto dell'occulto» e - visto che a Dio non è dispiaciuto - vi torniamo.
In due parole, diciamo solo che per la quasi totale unanimità dei bipedi senz'ali che siamo noi moderni l'occulto è ciò che, se è stato finora occultato, è bene che tale rimanga. Tentare di scoprirlo equivale a tentare - dicevano i nostri nonni - di «orinare contro la luna».




L'immagine sopra riprodotta è di Pieter Bruegel «il vecchio», appassionato cultore non dell'occulto, ma dell'ostinata 'arretratezza' paesana. Lo stesso gesto ribaldamente 'prometeico' viene infatti biasimato sia nei
Dodici proverbi che nei Proverbi fiamminghi (vedi, nel riquadro bianco). Dopo aver rinviato alla Wikipedia, per entrambi i dipinti, segnaliamo che anche Angelo Branduardi, nelle sue note Confessioni di un malandrino (ispirate a Sergej Esenin), canta questa bravata goliardica.
Non varrebbe la pena di parlarne, se non fosse perché tale esibizione è venuta recentemente alla ribalta, grazie a qualche esponente l'ex gentil sesso. Il lettore curioso troverà facile soddisfazione [alla sua malriposta curiosità] nelle Immagini di Google, dopo aver cercato la parola "femen".
Grande cosa, la liberazione, soprattutto su carta (orinare contro la luna celeste comportando l'auto-battesimo).

Repetita juvant. Le ripetizioni giovano, rendono giovane chi le impartisce e gioviale chi le subisce. O viceversa, visto che giovano ad un portafogli solo, dei due.
Un giovane gioviale, ma screanzato, arrivò a dire che repeto sta per “scorreggio di nuovo”; e chi scrive, pur redarguendolo aspramente, dovette apprezzare l’arguzia.
Schopenhauer, in Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, afferma: “Un libro importante dev’essere letto subito, ma per due volte; in parte perché le cose - nella loro concatenazione - vengono capite meglio la seconda volta (si riesce cioè a comprendere il principio solo dopo aver conosciuto la fine); in parte perché, nei confronti di ogni brano, la seconda volta ci troviamo in un diverso stato d’animo, rispetto alla prima, e, grazie a ciò, l’impressione risulta diversa. È come vedere un oggetto in un’altra luce”.


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Abbiamo detto, in precedenza, che il movimento combina tra loro tempo e spazio, permettendo ad esempio di coprire più spazio in meno tempo. È vero e non è vero. Si può tranquillamente dire che il tempo si riduce in maniera proporzionale all'aumento dello spazio, ovvero che, maggiore è lo spazio da coprire, minore è il tempo di cui si dispone per coprirlo. In questo caso l'incremento della velocità, cioè del movimento (ammesso - e non concesso - che velocità e movimento abbiano qualcosa in comune), non corrisponde ad un incremento del tempo. Per giunta alle due variabili in questione, tempo e spazio, l'aggiunta del movimento genera ulteriore complessità: ad esempio, bisogna distinguere tra il movimento del soggetto e quello dell'oggetto, oppure tra il movimento proprio del singolo e quello altrui del circostante (o della collettività). Intendiamo dire che, in termini visivi (e televisivi), il moto dell'attore e l'immobilità dello sfondo o l'immobilità dell'attore ed il moto dello sfondo, pur avendo lo stesso effetto, non coincidono. Quanto meno, in teoria non coincidono. In altre parole, c'è differenza tra a) io sto fermo, ma si muove il paesaggio e b) io mi muovo? E se ci muovessimo entrambi, sia pure con velocità diverse?
D'altra parte, cedendo il passo al poeta (vedi), la mobilità dell'osservato non corrisponde alla mobilità dell'osservatore. In quest'ultimo si ha il moto oculare, certo, come nel caso della lettura, ma non sembra il caso di equiparare una lettura veloce alla velocità dello sguardo (pensare rapidamente e non muoversi affatto essendo ben compatibili); inoltre mettere a fuoco un particolare, cioè «zoomare» (vedi), non significa solo sbarrare gli occhi.

Tornando al libro ed alle sue riletture, rapportando quello allo spazio e queste al tempo, si può concludere che, più libri si hanno, meno li si legge (o, nel migliore dei casi, meno lentamente li si legge); a maggior ragione, meno li si rilegge. Ma pure questo è vero e non è vero. Ci sono troppe variabili, in gioco. Più libri si sono letti, sia pure con una scorsa veloce, più è agevole scegliere quei due o tre che meritano una - o più d'una - rilettura. Non per nulla san Tommaso borbotta: "Timeo hominem unius libri". Troppe variabili. Lasciamo da parte il movimento (che abbiamo visto potersi tradurre in superficialità) e fermiamoci a tempo e spazio. Se riuscissimo a fermarci abbastanza a lungo, come una quercia plurisecolare, il nostro spazio, benché ristretto, cambierebbe instancabilmente.

"Quello che ieri | era tua competenza | oggi compete ad un professionista | (medico, ingegnere, avvocato, idraulico | e così via). | Quello che l'altro ieri | era competenza del professionista (il prete), | oggi compete a te".
In altre parole, come la Chiesa tradizionale rivendicava il monopolio di tutto quanto pertiene alla salvezza dell'anima (se non alla salvezza tout court), così lo Stato moderno rivendica il monopolio di tutto quanto pertiene alla salvezza del corpo (se non a quella che oggi si considera salvezza tout court).
Analogamente, come la Chiesa esercitava il proprio dominio sulle anime fomentando (ad arte, se si vuole) la paura dell'aldilà prossimo venturo, così lo Stato esercita il proprio dominio sui corpi fomentando (ad arte, anche se non si vuole, vista ed udita la prodigiosa moltiplicazione di allarmismi di ogni sorta,* gabellati per «informazione» e distribuiti gratuitamente dovunque) la paura dell'aldiqua prossimo venturo.


* Da questo punto di vista, anche siti e blog cosiddetti «non embedded» (i soli nei quali si può contare, peraltro, data la stupefacente uniformità giornalistica e televisiva), pur palesemente benintenzionati, fanno il gioco del potere.

Inoltre, per tornare ai versi precedenti, come la Chiesa incoraggiava il fai-da-te nelle faccende temporali (dall'approvvigionamento idrico, alimentare e termico all'esercizio empirico-dilettantesco di professioni quali il medico, il farmacista, il fabbro, il sarto o il falegname), così lo Stato incoraggia il fai-da-te nelle faccende sovratemporali, esigendo in cambio il ricorso, in quelle temporali, ad un professionista accreditato,* figura che ha ormai preso il posto del padre, dell'amico, del parente, del compagno di squadra o d'osteria, del compaesano e, per dirla in una parola, del familiare (del componente, cioè, la famiglia «allargata» tradizionale).

* Basti pensare ad un tribunale. Chi vi si può esimere da un avvocato? Se si vuole, ancora una volta, quel che oggi patisce la Chiesa è una sorta di contrappasso, visto che fino ad ieri, nell'imminenza della convocazione presso il tribunale celeste, ben pochi avrebbero rinunciato ai buoni uffici del prete.

Ciò pertanto, stante l'ottica aconfessionale adottata in queste righe, si può ben dire che la paura è funzionale al regime, di qualunque genere esso sia. Va però aggiunto che, l'una paura escludendo l'altra, o si teme di perder l'anima o si teme di perdere il corpo. Delle due, l'una. Ne consegue: a) che un regime subordinato alla Chiesa soffia sul fuoco delle paure ultraterrene, ma agevola e comunque non ostacola la sicurezza terrena (l'autonomia della famiglia, l'autarchia della piccola comunità urbana, rurale o montana, insomma l'autosufficienza della solidarietà vicendevole) e b) che un regime subordinato alla Banca non ostacola ed anzi favorisce il disinteresse verso il post mortem, ma getta benzina sul fuoco delle paure immediate, delle ipocondrie quotidiane, insomma dell'insicurezza ambientale, familiare e sociale.
A mo' di postilla conclusiva [e scientifica], sembra perciò evidente che l'idea di uno Stato (ovvero il potere legislativo, giudiziario ed amministrativo incarnato dalla seconda casta tradizionale) sovrano ed indipendente non è che la beata illusione di un'anima pia, per quanto laica. Inoltre, l'aver la terza casta (la più facoltosa, quella mercantile, sempre e dovunque sottoposta a severi vincoli ed oggi letteralmente scatenata) preso il posto della prima, si configura come ulteriore riprova di quel rovesciamento che è infallibile indizio satanico.

Uno degli ultimi esempi occidentali di politica corretta, ovvero ortodossa (cioè conforme alla Legge), risale a quella notte di Natale dell'800 in cui Leone III incorona Carlo Magno. Quasi esattamente mille anni dopo è Napoleone che si autoincorona, suggellando l'ormai consumata insubordinazione dello Stato nei confronti della Chiesa, insubordinazione i cui precedenti moderni vanno da Filippo IV ad Enrico VIII, lungo la nascita dei vari stati nazionali sorti dallo smembramento dell'Ecclesia medioevale.* Era questa l'Europa del latine loqui, un «nazionalismo cristiano-europeo» che risponde alla pura verità storica di diverse etnìe linguistiche collocate in diverse situazioni territoriali (dalla Scozia alla Romania e dalla Spagna alla Polonia), unificate da una classe colta esprimentesi nel latino evangelico. Parimenti, nel mondo islamico attuale (quello che gli analisti definiscono «nazionalismo arabo-musulmano», accomunante il magrebino all'iraniano), le classi colte nordafricane e mediorientali, come quelle sudafricane, del sudest asiatico e sia centro che nordamericane, dialogano tra loro nell'arabo coranico (ormai quasi incomprensibile ai più) o nel rudimentale inglese moderno. Sarà questa, l'Europa dello speakin' english?


* Si pensi che tuttora, in inglese, "impiegato statale" è clerk (dal latino clericus). E, a proposito di pubblica amministrazione, che, dopo aver laicizzato, oggi si vuole addirittura privatizzare (ovvero "privare" anche dell’ultimo barlume di disinteresse, quasi a sancirne il crollo), si può citare il superstite concetto di mission, concetto ormai incongruo, ma ancora necessario a giustificare l'operato di un'«azienda» ammontante (in Italia, tra ministeri, regioni, province e comuni) ad oltre tre milioni di dipendenti, che - come recitano gli addetti ai lavori - «eroga servizi proporzionali al bisogno, anziché al reddito» e che, mediante la tassazione, «fa pagare di più l'utente che meno usufruisce di tali servizi». D'altra parte, va pur detto che il crollo di qualcosa ne presuppone la crollabilità (o, meglio, la perdita dell'incrollabilità).

In termini tradizionali (platonici, ad esempio, quindi cristiani, ma con perfette corrispondenze cinesi ed indiane) l'autorità sacerdotale, solare, immobile (e muta, perché il silenzio è d'oro), rappresentando il Principio, conferisce potere al sovrano, lunare, mobile ed eloquente (perché la parola è d'argento). Il rapporto tra l'autorità sovratemporale ed il potere temporale è detto simbolicamente «coniugale», come simbolicamente coniugale è il rapporto tra sole e luna, oro ed argento, spirito ed anima, Prete e Regina.
Ci si riferisce al Prete (poi diventato, non a caso, Re) ed alla Regina della scacchiera, statico lui, attivissima lei, come il leone e la leonessa. Maschile insomma l'autorità, ma femminile il potere. Non si dimentichi che, come queen è da gwen (gyné, in greco), «donna» è da domina e che «donneare» o «donneggiare» significa (o almeno significava, prima che la femmina, spodestato il maschio, abdicasse a sua volta) "dominare".*
Chi, in tutto ciò, lamentasse un'indebita ingerenza ecclesiastica negli affari profani dovrebbe rammentare che a) l'ortodossia minima di ogni religione prevede l'indistinzione fra sacro e profano; b) il cristianesimo, esattamente come l'islamismo,** non è una faccenda privata eventualmente condivisibile, di quando in quando, in una chiesa e c) il passo evangelico sul dare a Cesare quel che è di Cesare, cioè una delle due facce d'una sola moneta, non è che divina ironia.


* Nel gioco delle carte, francesi o napoletane che siano, la donna è «regina» o «cavallo» (cioè "cavaliere"). Dell'argomento si è trattato, più o meno diffusamente, anche qui, qui e qui.
 

** Anche nell'ambito estremo-orientale, in luogo della pretesa separazione tra la sfera laica (o sociale) del confucianesimo e quella mistica del taoismo, si può più semplicemente parlare della classica distinzione tra l'exoterismo, paragonato alla polpa, e l'esoterismo, il nòcciolo cioè, di un solo frutto. Si tratta della stessa alternativa presente, nel mondo ellenico, tra i piccoli e i grandi misteri, i primi riservati al mestiere quotidiano (al ministerium latino dei collegia fabrorum o medioevale delle corporazioni artigiane) e, i secondi, all'eccezionalità dell'illuminazione o, se si preferisce non andar troppo per il sottile, del misticismo (termine che, in fondo, collega il mestiere al ministero in un mistero solo e la cui radice è la stessa del "mito", mythos in greco, ovvero "muto"). Quasi di sfuggita, si può osservare che, come il buddismo amalgama l'exo e l'esoterismo (magari delegando a quest'ultimo quella derivazione del taoismo che è il buddismo zen), così il cristianesimo, con mirabile duttilità, si rivolge indistintamente a tutti, dall'ignorante al sapiente (e non senza qualche ironica frecciata a quest'ultimo, al quale vengono celate le verità svelate all'umile).

Per tornare alla famiglia, cardine di ogni struttura sociale tradizionale, il concetto di «matrimonio» suggerisce l'implicazione per cui il divorzio metaforico tra Chiesa e Stato è il divorzio letterale sia tra marito e moglie che tra spirito ed anima. Ne consegue la scomparsa, almeno nel lessico, dello spirito (della Chiesa e del marito, degradato a «compagno» o addirittura a «partner»). Ne consegue la scomparsa, effettiva e non solo simbolica, dell'oro. In questa prospettiva si può esaminare la storia dell'insubordinazione, ovvero della ribellione, anche come storia della contraffazione, ad esempio della moneta sacra.
Così vediamo - come già detto altrove - Diocleziano sostituire il rame all'oro, Filippo «il bello» alterare la lega con metalli vili, i banchieri fiorentini inaugurare (con il cosiddetto «rinascimento») la lettera di cambio, i rivoluzionari francesi comminare la pena capitale a chi rifiuti la carta straccia dell'assignat e finalmente Nixon dichiarare l'inconvertibilità aurea del dollaro.
La storia della contraffazione è quindi la storia dell'usura (e perciò la storia del peccato). Non a caso i tentativi di tornare all'oro (valuta sacra, pertanto non svalutabile) sono opera di credenti quali Costantino, da opporre a Diocleziano, e De Gaulle, da opporre a Nixon. Tentativo fortunato il primo, che dura più di un millennio; meno fortunato il secondo, che dura appena qualche mese, dal febbraio al maggio di quel '68 di ben orchestrata euforia che, al posto di De Gaulle, elegge un [imparentato coi] Rothschild (al secolo, Pompidou).
Il tempo dell'usura - ancora come già detto - è l'usura del tempo, peraltro. E noi, vecchi in un mondo vecchio, ossessionati dall'idea di sembrare giovani, non possiamo che appoggiarci al bastone della vecchiaia della tecnologia (la terza gamba dell'indovinello della Sfinge). La storia dell'insubordinazione, sicché, può esser letta anche come storia del cosiddetto «progresso» della scienza, ovvero della meccanica o, meglio, dell'automazione. Ancor meglio, dell'autismo. Contraffazione, si diceva, perché tutto ciò che è diabolico presenta caratteristiche rovesciate, scimmiottate, pervertite [rispetto all'originale]. Così la democrazia, vale a dire il conferimento del potere dal basso, anziché dall'alto (dai molti, anziché dall'Uno), non è che un'inversione del rapporto normale, di un rapporto cioè "a norma di Legge".

Il prototipo della sovversione, infatti, è proprio lui, Lucifero, l'illuminista (come vuole il suo nome) ante litteram. Forse perciò la piccola età dell'oro occidentale è quella dei «secoli bui».
Quanto sopra, tuttavia, non è importante dal solo punto di vista politico. Il buon governo riguarda anche (e soprattutto) il singolo, il sedicente «in-dividuo» in realtà diviso tra spirito ed anima, marito e moglie o - per usare i termini della psicologia meno becera - genitore e bambino. La famiglia interiore rispecchia quella esteriore, per cui, se quest'ultima non è integra, anche quella si dis-integra. Il cancro, nella medicina tradizionale, non è altro che insubordinazione, disobbedienza [di un organo che, pensandosi autonomo, finisce col distruggere se stesso ed il corpo che lo ospita].
Quando il Regnum è sottomesso al Sacerdotium, tutti i vassalli sono sottomessi al monarca. Ma, se questi si ribella al suo superiore, non si può pretendere che i subalterni non si ribellino a loro volta. Così è per Dante e così è per Platone, che definiscono «sacra» la gerarchia (dal greco ieròs, "sacro" e arkè "principio"), sia quella interna che quella esterna, ognuna delle quali è specchio dell'altra.


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La storia dell'insubordinazione, infine, è la storia dell'indipendenza. È la storia dell'usurpazione del due, del principio «femminile», nei confronti dell'uno, ossia del principio «maschile». Non si tratta di differenze anatomiche, data la loro coesistenza anche nel singolo (maschio o femmina che sia), bensì simboliche, come quelle che tradizionalmente rendono ogni numero maschile in rapporto al numero che lo segue e femminile in rapporto a quello che lo precede (ferma restando la «femminilità» di qualsiasi numero in relazione all'Uno, la «femminilità» cioè di ogni creatura, se rapportata al Creatore). Così, ad esempio, come suggeriscono il Lunus latino e il Mond tedesco, la luna è femminile rispetto al sole, ma maschile rispetto alla terra. Analogamente, come nell'ambito familiare il figlio (maschio o femmina che sia) è virtualmente femminile rispetto ai genitori così, nell'ambito professionale, il subalterno (anche se di sesso maschile e magari non più giovanissimo) è in qualche modo «femminile» verso la giovane donna che gli è superiore in grado.
La storia dell'insubordinazione, insomma, è la storia di una rivoluzione la cui valenza simbolica non è priva di risvolti drammaticamente concreti. La sovversione, ad ogni livello, consiste nel rovesciamento dei rapporti, per cui il servo diventa padrone e viceversa. Ma il servo (che, come ogni azienda che si rispetti, offre «servizi») alla fine ha anche lui il suo benservito. In altre parole il servo, non potendo che scimmiottare il padrone, finisce col farsi padroneggiare da una scimmia. Alla stessa stregua, esemplificando un po' alla rinfusa, a) lo Stato nazionale (particolare) soppianta la Chiesa ecumenica (universale) e viene rimpiazzato da quella parodia della Chiesa universale che è la Banca internazionale, b) l'anima si svincola dallo spirito e si lascia asservire dal corpo, c) l'uomo evade dalla chiesa e si interna in un network di farmaci e di terapeuti, d) la moglie si affranca dal marito e viene schiavizzata dalla figlia ed e) la ragione, facoltà corrispondente all'anima, il cui dominio non va al di là delle apparenze misurabili e quantificabili,* si rivolta contro l'intelletto (facoltà corrispondente allo spirito, la cui sfera è propriamente il non quantificabile, ossia l'incommensurabile) e viene a sua volta rovesciata dall'irrazionalità, vuoi della sensazione, vuoi del sentimento. Impero dei sensi, regno della sensibilità o repubblica del sentimentalismo che la si voglia chiamare, i fautori della democrazia spesso tacciono sulla democraticissima elezione di - per non far nomi più recenti - un Hitler.

* Si noterà l'uso del termine «dominio», circa la ragione, termine la cui femminilità è stata già fatta rilevare. In proposito, può non esser inutile rammentare la parentela, in latino, tra mensura ("misura"), mens ("mente"), mensis ("mese") e menstruus ("mensile") e l'affinità, sia in greco che in italiano, tra mèter ("madre") e mètron ("misura", "metro"). Quantificazione del tempo, secondo il calendario lunare, la prima e, dello spazio, la seconda. A scanso di equivoci, è bene precisare che l'attribuzione della quantità all'archetipo femminile (lunare e materno) e della qualità a quello maschile (solare e paterno) non comporta privilegi esclusivi, ma solo doveri reciproci, in un'altalena che funziona solo se a) ognuno dei due sta al suo posto e b) ognuno dei due, a turno, si eclissa affinché l'altro possa brillare.

Insubordinazione dopo insubordinazione, concludendo, se si è liberi di, anziché da [questo bambino viziato che ci portiamo dentro], Darwin aveva ragione. Siamo diventati la scimmia di Dio. E il guaio è che saremo giudicati come umani, non come umanoidi. Per giunta, liberi di [fare ciò che più ci piace] non lo siamo affatto. Anche lo psicologo più sprovveduto sa bene che la «sfortuna», da noi generalmente addebitata a un destino cinico e baro, spesso è autopunizione (in gergo, «coazione a ripetere»).* È colpa nostra, perciò. Eppure non è colpa nostra, se è vero che mala tempora currunt. Eppure, ancora, se corriamo anche noi [al passo coi tempi], è davvero colpa nostra.

* Diciamo «spesso» perché lo pensiamo laico (miscredente). Per il credente, se tale è davvero, la sfortuna è sempre autopunizione. Giobbe lo sapeva.

Ancora sull'Arcadia, fenomeno che si direbbe dandysticamente letterario, più che esoterico, politico più che iniziatico, un tipico rappresentante ne è Vincenzo Monti. Su di lui, merita lettura la non certo tenera pagina della Wikipedia. Se ne parliamo, è per la sua Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca, nella quale strapazza il buon Giacomo da Lentini, autore dei celebri versi che seguono. 
Eo viso. E son diviso da lo viso
e per avviso credo ben visare;
però diviso viso da lo viso,
ch’altr’è lo viso, altr'è lo divisare.
E per avviso viso in tale viso
(de lo qual me non posso divisare),
viso a vedere qual è per avviso,
ch'altro non è, se non Deo divisare.
Entro al viso, pel viso no è diviso
(che non è altro che visare in viso),
però mi sforzo tuttor a visare.
E credo per avviso che da viso
giammai non possa me essere diviso,
né uomo ve nde possa divisare.
Versi abbastanza enigmatici, è vero, ma che sembra eccessivo liquidare come "una miserabile raccolta di rimati arcaismi, zeppa di bisticci che anima nata non saprà mai intendere". Non pago, il "traduttor de' traduttor d'Omero" incalza col chiedersi se "il pubblicare non a decine, ma a centinaja 'sì puerili scempiezze, e chiosarle per sopraggiunta, non è egli proprio un insultare al senso comune, e un esporci alle infinite beffe degli stranieri?". De mortuis nil nisi bene, sicché amen. Parliamo bene, allora, del protostilnovista siciliano che altrove confessa: "Io m’aggio posto 'n core a Dio servire, | com’io potesse gire in paradiso, | al santo loco c’aggio audito dire | o’ si mantien sollazo, gioco e riso". Premessa la palese voglia di giocare, sia con le omofonìe che con le polisemìe (sulle quali ciascuno di noi è arbitro incontrastato), vogliamo solo notare l'insistenza del poeta sulla E iniziale delle quartine e delle terzine del sonetto. 
Bene, questa vocale rappresenta a) la terza persona singolare del presente indicativo del verbo per eccellenza,* ossia del Verbo, b) la copula (grammaticale e simbolica [tra Cielo e Terra]), c) la congiunzione tra l'Essere e l'Esistere e l’iniziale di detti verbi; d) la seconda e la quarta lettera del tetragramma sacro.** 
Forse è poco. Eppure l'importanza di questa vocale è testimoniata anche dalla sua presenza - come si è detto qui - nel santuario di Delfi.

* A rigore, alle creature è lecito proferire solo questa voce (noi esistendo ed Egli solo essendo; a noi competendo un passato ed un futuro ed a Lui l'eterno presente).
 

  ** La he ebraica, traslitterata come H (la greca eta maiuscola). Ciò potrebbe fare di questa consonante una vocale, a conferma delle varie congetture sulla pronuncia vocalica del nome divino. Inoltre va ricordato che a) l'alif arabo, ovvero la A, consta di un tratto verticale simile a quello della nostra I; b) il dittongo composto dalla A e dalla I viene comunemente pronunciato E. L'ultimo appunto riguarda la grafia aramaica dell'YHWH (cui s'è fatto cenno qui), nella quale la H è singolarmente simile ad una E.

Diceva bene Evola,* ironicamente identificando l'idealismo con la fede: "Un idealista messo alla tortura dovrebbe giudicare «razionale» e «voluta da lui» (cioè dal suo vero io) la situazione in cui si trova, perché «reale», e dovrebbe considerare come fisima e velleità irrazionale del soggetto empirico, «fantoccio dell'immaginazione», la sua sofferenza". In effetti, se si spinge il ragionamento fino alle sue estreme conseguenze, fede ed idealismo combaciano perfettamente (tant'è che, nel linguaggio corrente, l'idealista - ovvero lo scemo del villaggio [globale] - è caratterizzato da nobile ed elevato sentire).

* Una buffa polemica, avutasi tempo addietro tra due scrittori che peraltro stimiamo, riguarda l'abitudine di premettere l'articolo determinativo al cognome di chi viene citato, abitudine che si biforca in senso elogiativo (qualora il citato sia ben noto) ed in senso denigratorio (qualora il citato ben noto non sia, come accade in ambito giudiziario-poliziesco). La polemica nacque perché uno dei due, tirato in ballo in tal guisa, ebbe a risentirsi; l'altro ebbe buon gioco nel rispondere che René Guénon non si sarebbe certo offeso, nel sentirsi apostrofare come «il Guénon». Bene, tutto ciò solo per segnalare che finora nessuno - a quanto ci risulta - s'è permesso di scrivere «l'Evola», cacofonia che, in assenza dell'apostrofo, sarebbe doppiamente spiaciuta al nostro, vuoi per le sue implicazioni etniche, vuoi per i suoi risvolti politici. Al barone siciliano s'è accennato anche qui.

Non basta, perché sono tutt'uno anche idealismo e filosofia.* Scrive infatti Schopenhauer (ne Il mondo come volontà e rappresentazione, testo che ci è caro): "Dal punto di vista empirico delle altre scienze è convenientissimo assumere il mondo oggettivo come semplicemente esistente; non così per quello della filosofia, che deve risalire ai principii ed alle origini. Solo la coscienza è data immediatamente, perciò il fondamento della filosofia è limitato ai fatti della coscienza, ossia essa è essenzialmente idealistica. Il realismo, che trova credito presso l'intelletto incolto, perché si dà l'aria di essere aderente ai fatti, prende addirittura come punto di partenza un'ipotesi arbitraria ed è perciò un edificio di vento campato in aria, perché sorvola o rinnega il fatto principale, che, cioè, tutto ciò che noi conosciamo si trova nella coscienza".

* Un'analisi molto ben fatta, dell'onnicomprensività dell'idealismo, è quella della Wikipedia, nella pagina omonima. Se si è d'accordo con questa weltanschauung (termine cardinale della storia della filosofia, nel suo chiarire che passiamo il tempo a discutere della rispettiva "visione del mondo", non del mondo in sé e per sé), si può convenire circa l'importanza del veder le cose in modo socialmente condiviso, pena il romitaggio, gli psicofarmaci o il carcere. È così che l'idealismo, lungi dal rappresentare una pia illusione, si rivela efficace strumento politico: quando si può costringere la mente dei sudditi - all'insaputa di questi ultimi - non ha più senso costringerne il corpo. Riguardo a ciò, cogliamo l'occasione per ringraziare quelli di Google, che ospitano gratuitamente queste nostre elucubrazioni sul welt, comprese quelle la cui anschauung non è proprio benevola. Che vuoi di più?